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“La nostra vita”, regia di Daniele Lucchetti.

Immagine tratta dal film.

Claudio (Raoul Bova) è un operaio edile che lavora nei cantieri della periferia romana e vive con la moglie Elena (Isabella Ragonese) ed i due figli, in attesa del terzo. Gran lavoratore e marito devoto ed innamorato,rimane sconvolto ed impreparato dalla morte che raggiunge la moglie proprio mentre sta dando alla vita il piccolo Vasco. Incapace di fronteggiare il dolore, si mette in testa di dover risarcire i figli, dandogli tutte quelle cose che, se non altro, si possono comprare. Si mette così in un affare più grosso di lui, dalle ripercussioni economiche e morali. Lucchetti non è uno dei registi più prolifici del nostro cinema, ma quando parla, lo fa con qualcosa da dire, con una regia da sperimentare. Con “La nostra vita”, va a osservare il mondo delle borgate romane ma non solo, spicchi di quotidianità comune a tutta Italia.

Sugli abitanti di questo mondo, molto più persone che personaggi,  e sugli immigrati con cui condividono l’ambiente di vita e di lavoro, lo sguardo del regista è fermo, non è uno sguardo che giudica, ma che guarda, capisce, è uno sguardo onesto, quasi ottimista. Riesce a vedere il domani di quei bambini che giocano negli androni dei palazzi nuovi, senza passato, un domani che riesce a riscattare le amarezze del presente. Reale e consapevole ossatura del vivere di oggi,ricoperta da tutte le speranze e le delusioni delle esistenze che ruotano intorno . Fotografia nitida delle speranze che prendono forma nelle menti dei padri, Lucchetti dà voce all’uomo normale che vive di niente e  si copre di sogni.

Farfaruga.

Draquila, lItalia che trema, il nuovo film di Sabina Guzzanti

La locandina del film

Successivamente al terremoto che nell’aprile dello scorso anno squassò la città de l’Aquila ed i paesi circostanti, riducendo il patrimonio artistico di una delle città più ricche di arte della nostra penisola in macerie e le vite dei sui abitanti in incubi, molte cose sono state fatte, molte cose sono state dette, forse troppe. Sabina Guzzanti,dopo la tragedia, si ferma a guardare ciò che accade in quel territorio devastato, si ferma a guardare come un cittadino qualunque, senza idee politiche di parte, perchè le disgrazie, non hanno preferenze politiche, sono solo disgrazie; si ferma a guardare: i soccorsi, le tendopoli, le promesse di una ricostruzione, il g8, l’arrivo dei “grandi della terra” in quel lembo di terra che vorrebbe solo rinascere… ma qualcosa non torna, così la famosa regista e comica televisiva, comincia a far domande e le risposte non sono quelle che credeva.

Questo è ciò che ha portato alla realizzazione di “Draquila”, il bisogno di chiamare le cose con il proprio nome, la voglia di mostrare cosa si cela dietro ad una telecamera ormai spenta, cosa viene taciuto, cosa viene nascosto. All’interno del film vi sono numerose testimonianze di persone costrette a sottostare a futili regole, dopo aver perso ogni cosa, testimonianze di chi ha avuto una casa e di chi aspetta ancora, parole che non hanno mai trovato spazio negli articoli, nè alle trasmissioni televisive e poi, le parole di quella telefonata, quella fatta la mattina del terremoto, in cui due uomini di potere si dicono contenti di ciò che è avvenuto, contenti di avere la possibilità di riabilitare la propria immagine stando vicino a chi soffre, guadagnandosi una nuova credibilità politica, asciugando una lacrima a chi non ha più niente. Il film della Guzzanti è un documentario di azioni e realtà che ci fa rivivere sotto un’altra prospettiva ciò che è accaduto.

Farfaruga.