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“La nostra vita”, regia di Daniele Lucchetti.

Immagine tratta dal film.

Claudio (Raoul Bova) è un operaio edile che lavora nei cantieri della periferia romana e vive con la moglie Elena (Isabella Ragonese) ed i due figli, in attesa del terzo. Gran lavoratore e marito devoto ed innamorato,rimane sconvolto ed impreparato dalla morte che raggiunge la moglie proprio mentre sta dando alla vita il piccolo Vasco. Incapace di fronteggiare il dolore, si mette in testa di dover risarcire i figli, dandogli tutte quelle cose che, se non altro, si possono comprare. Si mette così in un affare più grosso di lui, dalle ripercussioni economiche e morali. Lucchetti non è uno dei registi più prolifici del nostro cinema, ma quando parla, lo fa con qualcosa da dire, con una regia da sperimentare. Con “La nostra vita”, va a osservare il mondo delle borgate romane ma non solo, spicchi di quotidianità comune a tutta Italia.

Sugli abitanti di questo mondo, molto più persone che personaggi,  e sugli immigrati con cui condividono l’ambiente di vita e di lavoro, lo sguardo del regista è fermo, non è uno sguardo che giudica, ma che guarda, capisce, è uno sguardo onesto, quasi ottimista. Riesce a vedere il domani di quei bambini che giocano negli androni dei palazzi nuovi, senza passato, un domani che riesce a riscattare le amarezze del presente. Reale e consapevole ossatura del vivere di oggi,ricoperta da tutte le speranze e le delusioni delle esistenze che ruotano intorno . Fotografia nitida delle speranze che prendono forma nelle menti dei padri, Lucchetti dà voce all’uomo normale che vive di niente e  si copre di sogni.

Farfaruga.

Cosa voglio di più (2010)

 

Anna (Alba Rohrwacher) è una giovane donna come tante altre: più o meno trent’anni, un lavoro poco qualificante ma sicuro e tranquillo e un fidanzato, Alessio(Giuseppe Battiston) con cui convive in una casa alla periferia nord di Milano. La loro vita è serena, semplice, fatta di piccole abitudini quotidiane su cui la telecamera di Silvio Soldini insiste in maniera ripetitiva rendendo perfettamente l’idea di come quella tranquillità, quella normalità possa diventare soffocante al di là dell’apparenza. Forse è proprio per questo che di fronte all’idea di avere un figlio, suggello di quella (in)felice prigione Anna è titubante, ma soprattutto è per questo che quando incontra Domenico (Pier Francesco Favino) non fa nulla per evitare che la loro conoscenza possa diventare qualcosa di più. Anzi è proprio lei che lo cerca pur sapendo dove il loro rapporto può portare.

Domenico è allo stesso tempo uguale e diverso da Anna. Anche lui vive in una casa in periferia ma a differenza di Anna non ha un lavoro sicuro e soprattutto fatica a mantenere la moglie e i suoi due figli. Se Anna fugge dalla noiosa quotidianità, Domenico vuole scappare dall’affanno e dai continui bisogni della sua famiglia.

E così Anna e Domenico diventano l’uno il rifugio dell’altra. La passione che li coinvolge non è solo attrazione fisica. È bisogno di fuga, è bisogno di vita e proprio per questo è travolgente, vorace e sopporta a stento le catene che la tengono ferma: le bugie, il poco tempo a disposizione. Tanto che la relazione è fatta di momenti di grande tenerezza e momenti di contrasto molto forti.

Intanto Alessio sembra non accorgersi di nulla con una ingenuità o con una fiducia che se da un lato ce lo rende simpatico dall’altro diventa per Anna ancora più soffocante. La moglie di Domenico invece sa ma spera che la famiglia possa essere più forte di quella che crede una sbandata. E alla fine…

Prima o poi Anna e Domenico sanno che devono prendere una decisione, che non potranno continuare per sempre quella relazione e a nulla serve scappare verso un luogo esotico per vivere due giorni lontano da tutti. La realtà incombe e forse non a caso la decisione arriva all’aeroporto di Milano. Anna e Domenico la prendono insieme ma senza confessarselo, scappando, questa volta l’uno dall’altra.

Ha un finale amaro il film di Soldini che racconta una storia semplice con una regia senza orpelli, senza fronzoli ma piuttosto serrata, concentrata sui protagonisti e sulla loro realtà, una realtà da cui sembra impossibile salvarsi. Coraggiosa anche la scelta di rappresentare Milano in una chiave completamente diversa da quella a cui siamo abituati. Non è la capitale della moda, non è il polo economico del paese. È una grande città dove molte volte le esigenze quotidiane schiacciano il bisogno di vita.

Alessandra Gabola

E’ nelle sale Saw VI

La locandina del film

Dal primo giugno, è nelle sale italiane il sesto capitolo della saga di Saw: l’enigmista. Continuano le cattive azioni del detective Hoffman,  prima discepolo di jigsaw, poi , alla morte di questo, esecutore in prima persona del suo volere. Stavolta nel labirinto dei giochi, ci troviamo William Easton, capo di un’impresa di assicurazioni, abituato a giocare con la vita dei suoi clienti, e per questo meritevole di finire nella risoluzione degli enigmi dell’enigmista con i suoi collaboratori. La saga di questo script è destinata a continuare nel tempo, visto come è strutturata una trama in cui, secondo l’ottica dell’enigmista, ci sarà sempre un colpevole da punire per le sue malefatte, e ci sarà sempre un discepolo che vorrà perseguire questa vendetta.

Saw VI, non ha gli intriganti giochi di SawV, ma dispone di un elevato coinvolgimento emotivo che converte il gioco di morte in un gioco di coscienza, chi giudica chi? Un assassino che ha consacrato la propria follia omicida al mondo, contro uno squalo delle regole moderne, un uomo abituato a decidere chi dei suoi assicurati, ha il diritto di vivere e chi invece deve morire. Oltre a questo confronto, Saw VI, fa entrare la moglie dello scomparso JigSaw, nel gioco della morte, ed il detective Hoffman dovrà morire dopo aver servito la causa, perchè troppo cruento, non deve piacere far male o uccidere, bisogna farlo, perchè per l’enigmista è un dovere quello di far capire alle persone i propri sbagli, dando loro la possibilità di vivere, ma anche quella di morire. Comunque, sarà in uscita ad Halloween 2010, negli Stati Uniti, Saw VII, questa volta in 3D. Ma sarà dura per gli ideatori, mantenere il trend di Saw VI, migliore capitolo di questa saga horror, dopo il primo SAW.

Farfaruga.

La nostra vita

La locandina del film

La nostra vita, film italiano premiato a Cannes con la palma d’oro per il miglior attore, è assolutamente da vedere perchè – come dice emblematicamente il titolo -, la vita di Claudio (Elio Germano) è molto simile alla nostra: normale lavoro in cantiere, il sabato al centro commerciale con la famiglia, il pranzo domenicale coi parenti. La morte della moglie durante il parto del terzo figlio, però, sconvolge l’idillio. Claudio, solo con tre figli, cerca di compensare la perdita della moglie dandosi da fare, in ogni modo, per raggiungere il benessere materiale per se e per i suoi figli, ai quali, dice Claudio nel film, non deve mancare niente.
Ad ogni modo, si diceva.

E cioè, anche chiedendo dei soldi in prestito ad un amico spacciatore per avviare la sua nuova attività di subappaltatore; attività che, peraltro, è il frutto di un ricatto che Claudio perpetra ai danni del suo ex-datore di lavoro, il quale ha colpevolmente mancato di denunciare la morte del guardiano notturno del suo cantiere, altrimenti “il cantiere si sarebbe fermato”; poca importanza sembra avere per Claudio anche il fatto che c’è un ragazzo, il figlio Andrei, che cerca ancora quel guardiano, che ha bisogno ancora di lui e che ha diritto a sapere la verità. Il fallimento dell’impresa, dalla quale riemerge solo grazie al sostegno economico della famiglia, fa sparire in Claudio tale cinismo, ma non il disincanto davanti alla vita. C’è un’immagine che evidenzia tale disincanto meglio di ogni altra. Ed è quando Andrei, dopo aver ricevuto da Claudio gli arretrati per il lavoro in cantiere, dice a Claudio: “a me non mi aggiusti con i soldi”. E tu – rivolto sempre a Claudio – “come pensi di aggiustare la morte di tua moglie?”. Il silenzio però eloquente di Claudio sembra “dire”: “Non tutto si aggiusta, bisogna andare avanti, nonostante tutto e tutti”. E forse è davvero così..

Sebastiano Solano

TU, VENDICAMI.


Macao, Irene Thompson viene quasi uccisa in casa da tre uomini che hanno sparato a suo marito e ai suoi figli. Suo padre giunge dalla Francia con un unico obiettivo: vendicare il torto subito dalla donna.
Si rivolge perciò a tre malavitosi locali che ha visto uccidere una coppia nel suo albergo e con loro si mette sulle tracce dei killer. Ma dopo poco i tre scoprono che gli assassini erano stati mandati dal loro capo e questo aprirà la strada a un gigantesco conflitto interno. Costello si arma per prima cosa di una grande umiltà e decide di assoldare tre killer che ha visto in azione e da cui si lascia armare la mano. Insieme a loro trova e uccide i killer di suo genero e degli incolpevoli nipoti.

Ancora una volta Johnnie To decide di mettere in scena un thriller dalle molte facce, e se con Exiled ci ha abituati al carattere ambivalente di tutti i suoi personaggi e con Sparrow ci ha regalato l’ebbrezza della massima espressione stilistica, qua lo spettatore non potrà fare a meno di lodare l’assoluta maestria del regista nel coniugare generi e citazioni senza mai neanche l’ombra di una sbavatura.

Quello che finisce per essere un ottimo motivo per guardare la sua ultima fatica è ciò che da sempre richiama i suoi fan: l’assoluta maestria nella messa in scena. E se Costello a un certo punto dimenticherà la sua vendetta e i motivi dei suoi contatti con gente il cui ricordo è affidato a una foto, lo spettatore conserverà a lungo la sensazione di meraviglia richiamata da un semplice passaggio sotto la pioggia con molti ombrelli e nessun uomo di cui ci si possa ricordare a portarli.
I passaggi silenziosi sotto la pioggia, o le coreografie di oggetti inanimati che finiscono per muoversi proprio quando non ci si apetterebbe sono solo l’inizio.
Mentre Simon Yam è di nuovo il temibile boss dei tre, in un gigantesco omaggio autocitazionista che ci porta di peso in quello che finisce per essere l’universo alternativo del maestro dove Simon Yam può solo essere il capo e gli altri tre morire esclusivamente per mano sua.

AMEDEO MARTONE